Affitti brevi, la stretta fiscale
Le città italiane usano la leva
delle imposte comunali

Prima la Tari, adesso l’imposta di soggiorno. Le tasse locali stanno diventando, nelle mani dei Comuni, strumenti utilizzati dichiaratamente per limitare l’espandersi del fenomeno degli affitti brevi in città. Nel caso di Genova, ad esempio, il contributo di soggiorno per gli appartamenti ammobiliati destinati alle locazioni turistiche salirà da 3 a 5 euro a notte. A equiparare, di fatto, gli affitti brevi agli hotel di fascia alta è stata anche Milano, anche se Genova è la prima, tra le municipalità maggiori, a prevedere un incremento più marcato per gli appartamenti rispetto al resto delle strutture.

“Di fatto, mentre per gli hotel l’imposta di soggiorno è graduale e dipende dalle stelle, per le case una notte in centro è equiparata ad una in periferia - spiega al Corriere della Sera Marco Celani, presidente di Aigab (Associazione italiana gestori affitti brevi) -. Il rischio è che si finisca per danneggiare soprattutto la classe media, a cui appartiene la stragrande maggioranza dei proprietari italiani che hanno scelto di mettere legittimamente a reddito, tramite gli affitti brevi, l’immobile che possiedono, e chi viaggia senza potersi permettere hotel di lusso”.

Crociate ideologiche

Secondo Celani, “le città che stanno portando avanti crociate ideologiche contro gli affitti brevi scelgono di fatto una clientela elitaria di soli ricchi per hotel sempre più cari, perché con meno posti letto il costo per dormire sarà sempre più alto”.

A incidere direttamente sui costi di gestione dell’immobile è, poi, la Tari, che in molti Comuni è più alta per gli affitti brevi rispetto alle altre forme di ospitalità. Uno degli ultimi casi è quello di Firenze, che sta valutando la possibilità di introdurre una Tari più elevata per chi gestisce più di quattro appartamenti destinati alle locazioni turistiche.

In questo caso il danno è anche maggiore rispetto all’imposta di soggiorno, dal momento che la tassa sui rifiuti - che ricade sui proprietari -, nel caso si posseggano più appartamenti destinati alle locazioni turistiche, può avere ripercussioni significative sulla redditività dell’attività.

“Non esiste alcuna evidenza che chi soggiorna in un appartamento produca più rifiuti di chi alloggia in un albergo - sottolinea Celani -. Assimilare le locazioni brevi alle strutture ricettive significa aumentare artificialmente i costi di gestione. Questo accanimento porterà a ricorsi”.

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