Caro fuel, la storia infinita:
per i vettori non c’è tregua

Le notizie che stanno arrivando in questi giorni dai bilanci semestrali delle compagnie aeree mostrano un elemento in comune: la guerra in Medio Oriente e i rincari del carburante rischiano di abbattersi come una mannaia sui conti del trasporto aereo europeo. A fare le stime sono gli analisti di Bloomberg Intelligence, che prevedono per i principali gruppi dell’aviazione civile del vecchio continente, un 2026 con un calo dei profitti.

Questione incertezza

Ma soprattutto a preoccupare è l’incertezza, che non permette di intervenire adeguatamente. Ad agosto 2026, ad esempio, il costo medio del jet fuel è stato di 1.237 dollari la tonnellata, 100 dollari in più del mese di luglio e il 77% di aumento (pari a 538 dollari) in un anno. Gli analisti di Bloomberg stimano per i prossimi 6 mesi un prezzo medio di 1.300 euro, che vorrebbe dire un calo ulteriore tra il 6 e l'11% del margine operativo lordo per i principali vettori. Ma si tratta di previsioni poco attendibili, a causa proprio di questo clima di forte volatilità.

I vettori che resistono

Le compagnie europee ancora ben posizionate per compensare il calo dei ricavi sono rimaste poche, e nel secondo trimestre 2026 solo International Airlines Group (Iag) e Air France-Klm sono riuscite a compensare rispettivamente circa il 60% e l’85% degli aumenti del prezzo del carburante. Il resto dei vettori indipendenti è invece sotto pressione, come Tap e Turkish Airlines.

Se la guerra tra Usa e Iran dovesse continuare, i contratti a termine indicano prezzi che nel 2027 continueranno a crescere di un ulteriore 38%. Insomma, al momento le compagnie stanno evitando di aumentare i biglietti, ottimizzando i costi e riducendo le tratte meno redditizie, ma se l’instabilità internazionale dovesse persistere, il ricorso al rialzo delle tariffe sarà inevitabile.

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