Situazione ormai borderline per le compagnie aeree, e il caro carburante sembra rendere il rialzo dei prezzi dei biglietti ormai inevitabile e sembra mettere a rischio i vettori. In questi mesi di guerra e di annunci, le compagnie di mezzo mondo le hanno infatti provate tutte, tentando le soluzioni alternative più impensabili.
A turno, siano esse grandi aerolinee o semplici low-cost, hanno ridotto il numero dei voli, tagliato rotte poche redditizie, ammortizzato con altre entrate, messo la pelle di squalo agli aerei e volato a velocità e altezze diverse, ma ormai non sembra esserci molto altro spazio per ulteriori soluzioni.
Il jet fuel ha raggiunto un costo stabile di quasi 1.300 euro la tonnellata, contro i 700 euro di prima dell’inizio della guerra in Medio Oriente e la chiusura di Hormuz. Un volo di medio raggio costa oggi quasi 3.200 euro in più, con un aumento dell’87%. E il problema è che la situazione non sembra migliorare nel breve periodo, con le tensioni geopolitiche che anzi sembrano peggiorare.
Il sito di turismo spagnolo “preferente.com” sottolinea come gli aumenti dei biglietti delle compagnie aeree siano ormai ‘necessari’, e potranno arrivare fino al 30%. Prezzi più alti però, significherà anche meno ticket venduti, uno scenario che rischia di far diventare la situazione ancora più complessa, soprattutto per le piccole compagnie.
Queste dispongono infatti di una copertura assicurativa inferiore, di una minore capacità di assorbire le perdite e di un accesso ai finanziamenti molto più limitato. Il rischio è che un periodo prolungato di prezzi elevati del carburante potrà compromettere seriamente l’attività di diversi vettori e il timore è che alcune non saranno in grado di resistere al conflitto se questo dovesse protrarsi, e falliranno.
L’unica speranza resta un calo del prezzo del jet fuel prima di Natale; secondo gli analisti sarebbe ottimale si assestasse intorno ai mille euro la tonnellata, una speranza a cui tuttavia sembrano essere rimasti in pochi a crederci.