La notizia diffusa da Agenzia delle Entrate e rilanciata da Il Sole 24 Ore parla di oltre 200mila “evasori totali” scoperti nel 2025. Un dato che colpisce, soprattutto quando si precisa che il 43% sarebbe composto da soggetti completamente sconosciuti al fisco e il 57% da contribuenti che non hanno presentato la dichiarazione pur essendone obbligati.
Come professionista che assiste quotidianamente agenzie di viaggio, tour operator e strutture ricettive, ritengo utile andare oltre il titolo: non per minimizzare il problema dell’evasione, che esiste ed è grave, ma per comprendere cosa realmente significhino questi numeri.
Anzitutto, è lecito presumere che i 200mila casi non si riferiscano al 2025 né ad una singola annualità d’imposta, ma sono il risultato di attività di analisi e accertamento che incrociano dati relativi a più periodi e a situazioni molto eterogenee. Inoltre, “scoperti” non equivale a “evasione definitivamente accertata”. È un passaggio tecnico fondamentale.
Secondo i dati della CGIA di Mestre (Ufficio Studi, febbraio 2025, i contribuenti con debiti fiscali residui sono circa 22,8 milioni. Di questi, solo 2,9 milioni – pari al 12,7% – sono partite IVA. In altri termini, solo un debitore su otto svolge attività economica autonoma. È un dato ufficiale, elaborato su informazioni di Agenzia delle Entrate-Riscossione, che ridimensiona la narrativa secondo cui l’evasione sarebbe prevalentemente imputabile a piccoli imprenditori e professionisti.
Altro elemento spesso trascurato: tra il 2000 e il 2024 il cosiddetto “magazzino” dei crediti non riscossi dal fisco ammonta a 1.274 miliardi di euro. Tuttavia, la stessa CGIA evidenzia che l’importo effettivamente aggredibile si riduce a poco più di 100 miliardi (7,9% del totale), al netto di soggetti deceduti, imprese cessate o nullatenenti. Inoltre il 76% delle cartelle riguarda importi inferiori a 1.000 euro. È evidente che aggregare numeri così diversi produce un impatto mediatico potente, ma poco rappresentativo della reale capacità di recupero.
C’è poi un tema cruciale: la differenza tra presunzione di evasione e accertamento definitivo. Nella prassi contenziosa non è raro che accertamenti fondati su presunzioni semplici o su ricostruzioni induttive vengano ridimensionati o annullati in sede di giudizio. Le statistiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze mostrano che una quota significativa dei ricorsi tributari si conclude con esiti favorevoli, totali o parziali, per il contribuente. Questo significa che non tutto ciò che viene contestato si traduce in imposta effettivamente dovuta.
Per gli operatori del turismo, che già operano con margini compressi e forte esposizione finanziaria, la questione non è ideologica ma pragmatica: la compliance fiscale si fonda sulla certezza del diritto. Se le regole cambiano frequentemente, se le interpretazioni oscillano, se periodicamente vengono introdotte rottamazioni e sanatorie che riducono sanzioni e interessi, il messaggio percepito dal mercato è ambiguo. Da un lato si invoca rigore; dall’altro si offre sistematicamente la possibilità di regolarizzare a condizioni di favore.
Questa dinamica incide sulla fiducia nelle istituzioni. La percezione di equità del prelievo, la qualità dell’interlocuzione con l’amministrazione finanziaria, la chiarezza delle richieste e la ragionevole durata dei procedimenti sono fattori determinanti per stimolare comportamenti virtuosi. Non basta l’analisi del rischio o l’invio di milioni di lettere di compliance: serve una relazione più trasparente e prevedibile.
Per chi gestisce un’agenzia di viaggi o un tour operator, la strategia più efficace non è attendere eventuali sanatorie, ma investire in organizzazione interna, controllo di gestione e corretta pianificazione fiscale. Un sistema amministrativo solido, flussi documentali ordinati e una consulenza specialistica riducono drasticamente il rischio di contestazioni, anche in presenza di controlli selettivi sempre più sofisticati.
Il vero punto, dunque, non è negare l’evasione, ma distinguere tra narrazione e realtà tecnica. Solo su basi statistiche corrette e su regole stabili si può costruire un sistema fiscale che incentivi davvero la compliance. E per il settore turistico, che vive di reputazione e fiducia, questa è una condizione essenziale per crescere in modo sano e sostenibile.
Giulio Benedetti – Studio Benedetti Dottori Commercialisti – www.studiobenedetti.eu – www.travelfocus.it