Non è più tempo di certezze di lungo respiro. Ce lo dicono i media, di qualunque genere, quotidianamente. E - fenomeno piuttosto raro se non inedito - ce lo confermano i libri di tecnica del settore.
Solo fino a una decina di anni fa ogni nuovo segnale da parte della domanda veniva accolto e gestito come fosse la tessera di un puzzle destinata a comporre un quadro immutabile. Tailor-made, early booking, last minute, experience, short breaks, digital detox... venivano raccontati come comportamenti d’acquisto definitivi, capaci di plasmare per sempre la domanda e il settore.
Così non è stato e abbiamo compreso che in un comparto altamente esposto a moltissime variabili la cautela è d’obbligo, come conferma Francesco Di Cesare, nel suo recente libro “Ma quale turismo” (1). “La sensazione – spiega - è che nell’adozione di alcune scelte e strategie si siano date per scontate relazioni automatiche di causa-effetto che invece scontate non sono affatto”.
In breve: non tutto è andato come si pensava e non tutto è predeterminabile, men che meno di questi tempi.
Per questo le 200 dense pagine si chiudono con un capitolo che dichiaratamente “Non è una conclusione”. E non lo è perché, come scrive l’autore, per tenere accesa la macchina turistica “non basta più – e sembra strano ma fino a qualche tempo fa poteva bastare – un approccio naif, intuitivo e spontaneo”, ma servono impegno, tempo, volontà di approfondire e capacità di gestire un quadro di mercato di crescente complessità.
Nel suo libro invita quindi ad osservare le dinamiche di mercato indossando nuove lenti, un poco più scomode ma nitide. A partire - istogrammi e numeri alla mano - dalla tanto agognata destagionalizzazione, catalogata come Mission Impossible 1. “Confrontando i risultati più recenti con quelli di un decennio fa – spiega infatti Di Cesare - si osserva come nonostante gli sforzi messi in atto dalle destinazioni, la tendenza generale mostri ancora una certa staticità” non soltanto in Italia ma nell’intera UE.
Dunque lo spostamento dei flussi sui periodi di spalla non sarebbe che un’inafferrabile chimera? No – sostiene l’autore – purché non lo si faccia tutti allo stesso modo ma secondo “politiche mirate, fondate su dati, incentivi ben disegnati, coinvolgimento degli attori locali e sperimentazione continua”. Le sue pagine riportano infatti esempi di chi ce l’ha fatta, più o meno bene.
La Mission Impossible 2 riguarda invece la delocalizzazione, “un refrain che torna inesorabilmente nelle dichiarazioni di chi ne ha la responsabilità”, nel disperato tentativo di contrastare l’overtourism. E anche in questo caso l’autore richiama alla concretezza. “Uno dei riferimenti più citati – scrive – è la cosiddetta spinta gentile, l’approccio nudge introdotto nel 2008 dagli economisti Richard Thaler e Cass Sunstein” che invita a suggerire ai viaggiatori mete alternative a quelle più gettonate. Un approccio condivisibile solo in linea teorica perché - come si domanda molto pragmaticamente l’autore - quante sono, realmente, le possibilità di riuscita? L’autore lo spiega riportando rilevazioni e casi concreti, mettendo in guardia gli operatori sull’ottimismo indotto da alcuni sondaggi tarati su domande fuorvianti.
La corretta interpretazione dei dati, la loro lettura trasversale e umanamente intelligente è infatti il leitmotiv di questo volume che ha oltretutto il pregio di riportare rilevazioni recenti relative a diverse tematiche: AI, formazione, digitalizzazione, segmenti più o meno proficui. Tutti segnali, raccomanda l’autore, da analizzare con “buon senso, sempre utile a riconoscere quando un obiettivo è o meno traguardabile, mettendo in ordine le priorità e concentrandosi su ciò che in quel determinato luogo e tempo è davvero importante”.
(1) “Ma quale turismo”, ed. McGraw-Hill Education, 2026