Volete sperimentare il vero overtourism? Andate a Marrakech e lo scoprirete

Secondo la definizione dell’Unwto “L’overtourism o ‘sovraffollamento turistico’ è l’impatto del turismo su una destinazione, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori”. Pareva un termine caduto in disuso a causa della pandemia, invece è tornato in grande auge a seguito della folle ripresa dei viaggi, da un anno a questa parte.

L’estate italiana promette stranieri a frotte, sappiamo con quali conseguenze a Venezia e alle Cinque Terre. Ma all’estero? Barcellona si sta attrezzando contro il turismo “mordi e fuggi”, quello dei croceristi che si fermano meno di quattro ore in porto. Santorini prevede un’estate boom, superiore a quella del 2019, che vide 2 milioni di visitatori ammassati in una superficie di 80 kmq (Rimini, per fare un esempio, è grande quasi il doppio).

Grazie a KappaViaggi e al suo direttore commerciale Michele Mazzini ho avuto modo di visitare le quattro Città Imperiali del Marocco: la capitale Rabat, l’antica Fès, la fortificata Meknès e la rutilante Marrakech. Non c’ero mai stato, eppure trent’anni fa in Alpitour il tour delle Città Imperiali, rigorosamente in autopullman e senza aria condizionata, era già uno dei più venduti. Grazie anche a incursioni cinematografiche come Marrakech Express di Salvatores (1989) o Il tè nel deserto di Bertolucci (1990). Divagazione: quest’ultimo è rimasto famoso per il colloquio tra i tre protagonisti: “Kit: Noi non siamo turisti, siamo viaggiatori - Tunner: E che differenza c’è? - Port: Un turista è quello che pensa al ritorno a casa fin dal momento che arriva... - Kit: ... Laddove un viaggiatore può anche non tornare affatto”.

Trascorsi più di trent’anni, a Marrakech (che del Marocco è la destinazione più gettonata) si arriva con un volo di tre ore da Roma, in un aeroporto da 8 milioni di passeggeri nel 2023 e sul quale Ryanair oggi (solo oggi, 13 giugno 2023) opera 17 voli diretti da tutta Europa (5 dall’Italia). Dove finiscono gli oltre 3.000 passeggeri (185 x 17, più o meno) appena sbarcati al Menara Airport? Facile, nella Medina di Marrakech. E qui torniamo all’overtourism di cui sopra. Ecco cosa ho visto coi miei occhi:

1. La calca – soprattutto nelle ore di punta – è impressionante. Tanta gente così mi era capitato di vederla solo a New Dehli (28,5 milioni di abitanti) o a Hong Kong (7 milioni). In certi momenti, i due flussi di chi va e chi viene tendono letteralmente a scontrarsi. Vince chi è più massiccio.

2. Le guide sono centinaia e parlano tutte le lingue. Sebbene quasi tutte mostrino un badge (però scritto in arabo e appeso di sghembo, quindi chissà quanto affidabile...) se ne incontrano a ogni angolo di strada, in ogni moschea, in ogni palazzo. L’impressione è quella di una babele, anche perché quando il gruppo è numeroso, capita di essere troppo distanti dalla guida parlante la propria lingua, e ci si deve accontentare di quella accanto. Che ovviamente ne parla un’altra.

3. Mangiare, fare shopping e soprattutto selfie a manetta. In una città che è Patrimonio dell’Unesco dal 1985, grazie a una Medina assolutamente unica, ci si attenderebbe un atteggiamento adeguato. Come dire, rispettoso del luogo. Invece, esaurito il debito culturale con la frettolosa spiegazione della guida, il “consumo” turistico è quello di sempre, a Roma come ad Amsterdam: fare shopping, mangiare e bere, ma - soprattutto - selfie a manetta. Come non ci fosse un domani.

4. I motorini sfrecciano dappertutto, senza limiti. Il souk, cioè il mercato, è notoriamente accolto in ambienti stretti, invasi dalle merci da un lato e dai turisti in mezzo. Lo spazio, anzi, il corridoio che un motorino può ricavarsi è quindi ristretto, soprattutto se il conducente (e il passeggero, spesso sono in due) va di corsa e annuncia il suo arrivo a forza di clacson. Evitare di essere falciati, a volte, è questione di centimetri.

5. Piazza Jemaa el Fna merita da sola il viaggio. Non a caso l’Unesco l’ha nominata “patrimonio immateriale dell’umanità”, probabilmente l’attrazione più famosa dell’intero Marocco. Incantatori di serpenti e danzatori, addestratori di scimmiette e tatuatrici all’henné, cantastorie e addirittura cavadenti: ci sono ancora tutti, in quantità e a tutte le ore del giorno. Il vero spirito del Marocco, come affermava il grande scrittore marocchino (ma emigrato in Francia) Tahar Ben Jelloun, è ancora lì. Nonostante selfie e motorini.

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