Due grandi passioni trasformate in lavoro. Quella di Daniele Tonani, ceo di Focus Himalaya Travel, è una storia di crescita professionale costruita sul campo e di amore autentico per il proprio mestiere. Entrato nel 1997 in Focus Travel, realtà fondata nel 1989, Tonani è riuscito a coniugare l’amore per il trekking e quello per i viaggi fino a farne la propria quotidianità lavorativa. “Arrivo in Focus Travel dicendo che so inglese, che voglio imparare a costruire viaggi e che mi piacciono le montagne. Focus ha scommesso su di me ed è iniziata questa storia”, racconta a TTG Italia.
Da quel momento inizia una lunga gavetta, durante la quale Daniele Tonani impara i rudimenti del mestiere. “Ero di fatto il garzone di bottega, ero un po’ il jolly. Ho imparato tutto e dopo un po’ di anni c’è stata l’occasione di diventare socio di Focus, prima al 20 e poi al 40%. Poi 12/13 anni fa ho rilevato l’azienda da colui che era il mio capo”.
Inizia così un percorso per stabilizzare l’azienda, subito frenato dall’arrivo del Covid. “Dopo tre anni ci siamo trovati alla partenza - ricorda -. Veramente lì sono rimasto da solo. Ho dovuto licenziare il personale. Poi siamo ripartiti e adesso stiamo cercando di tornare a livello pre-Covid”.
Una bottega su misura
L’operatore conta oggi 4 dipendenti e nel 2025 ha portato 500 passeggeri sulle vette più suggestive del mondo, dalla Patagonia all’Himalaya. “Siamo una bottega su misura”, rimarca Tonani. Del resto, non si può parlare di grandi numeri quando si parla di alpinismo o escursionismo. “Per fare un trekking extra-europeo non bisogna solo essere amanti della montagna, ma bisogna mettersi un pochettino più in discussione, perché si dorme in tenda per 20 giorni, non si mangia - sottolinea il ceo di Focus Himalaya Travel -. Se vai in Nepal, quando arrivi al lodge non mangi i pizzoccheri come nei rifugi delle nostre Alpi, ma magi il Dahl Bhat e bevi il tè. Devi aver voglia di fare quel tipo di esperienza”. Inoltre, per raggiungere altitudini elevate “si deve stare bene, non si devono avere problemi cardiaci o di pressione. Ci sono alcuni itinerari dove il tema non è posso o non posso farlo, ma quanta fatica ci metto a farlo. E quindi ci si deve allenare”.
Tuttavia, riferisce Tonani, “si possono trovare esperienze di trekking per tutti, anche in Nepal, anche in Himalaya”. Per questo l’operatore si confronta sempre direttamente con il cliente prima di un viaggio. “Attraverso una chiacchierata che facciamo con il cliente, cerchiamo di capire a che livello è. Se il livello è proprio base, diciamo che forse non è l’esperienza da fare. Essendo piccoli, non abbiamo il problema di dire di no”.
Le proposte più estreme
Per gli esperti, invece, le proposte possono essere decisamente uniche, sebbene faticose. Il ceo di Focus Himalaya Travel ne segnala 3 particolarmente estreme. Per chi ama l’alpinismo, “abbiamo almeno 2 o 3 programmi veramente per esperti. Per esempio, la salita al Peak Lenin, che è già alpinismo, ma non estremo. Diciamo che è più un escursionismo molto estremo - per chi ha fatto già un po’ di montagna sulle nostre Alpi alpinistiche -, che ti mette a contatto con l’alta quota e con una situazione himalayana. Quindi ti devi preparare molto bene, sia per i materiali, sia fisicamente, sia dal punto di vista psicologico, perché può essere che tu rimanga al campo base per 15 giorni fermo, perché c’è brutto tempo, e poi debba salire per 10 giorni, perché si apre quella finestra lì”.
Per i veri trekker, invece, “ci sono due itinerari non per tutti: uno è in Cina ed è l’itinerario che porta fino al campo base del K2 dal lato cinese (generalmente si va dalla parte pakistana, perché è più facile, pur essendo difficilissimo). Di qua si ha la difficoltà del trekking - si dorme 20 giorni in tenda ed è molto lungo - e c’è anche la difficoltà di essere un luogo remoto, dove ti può capitare di non incontrare nessuno per 20 giorni. Anche dal punto di vista mentale, perciò, si deve essere pronti a fare quell’esperienza”.
L’altro itinerario, continua Daniele Tonani, “è un trekking più conosciuto, ma solo sulla carta. Che è il trekking dei tre colli in Nepal, che va al campo base del Makalu e poi da lì scavalla per arrivare nella valle dell’Everest. Per questo scavallamento si passano tre passi oltre i 5mila metri con corde fisse e neve. È un itinerario durante il quale, per la meteorologia e la progressione in alta quota, devi essere forte, capace di muoverti su neve, resiliente, devi conoscere l’ambiente montano e devi essere capace di gestirti in situazioni di brutto tempo”.
In tutti i casi il t.o. garantisce un servizio molto attento e non lascia mai soli i suoi clienti, sin dalla pianificazione. “Noi raccontiamo il viaggio e mettiamo a disposizione di tutte le persone assistenza, avendo in loco un team che agisce nel caso ci siano problemi. Con noi il viaggiatore ha alle spalle una squadra che lo segue passo dopo passo. Abbiamo report costanti dalle nostre guide e appena c’è un problema, lo risolviamo”, assicura il ceo.
Alla base c’è il desiderio di aiutare gli amanti della montagna a realizzare il proprio sogno di raggiungere le vette più alte del mondo e di vivere le esperienze più al limite, in totale sicurezza. “Ogni viaggio che parte deve essere un’esperienza unica e per questo diamo informazioni puntuali e precise. Da noi arriva persona che ha il sogno di fare esperienza di trekking extra-europeo e che quindi ha risparmiato cinque anni per andare nel campo base del K2 in Pakistan. E questo ci mette addosso una fortissima responsabilità, perché se si capisce che quello è il sogno di una persona, la responsabilità di realizzarlo è tanta”.
Cura sartoriale
Per questo ogni proposta si deve adattare al viaggiatore, con una cura sartoriale. “Di tutti i trekking che ci sono nel nostro sito per l’85% li abbiamo fatti di persona, quindi sappiamo ciò di cui stiamo parlando. La nostra bravura sta lì, nel capire cosa il cliente vuole fare della sua esperienza di trekking e trovare la soluzione più adatta”, rimarca il manager.
Questa esperienza e questo livello di specializzazione Tonani non esclude di poterle portare in futuro in una realtà più grande, senza perdere indipendenza e senza snaturarsi: “Sono convinto che nei grossi c’è la necessità di coprire anche le nicchie. E per coprirle con qualità devono affidarsi ai piccoli. Mi piacerebbe tantissimo poter diventare il riferimento di un grande, un dipartimento per quello per cui sono il migliore, pur precisando che non ho intenzione di essere acquisito da nessuno - riferisce -. Solo che bisogna conoscere e farsi vedere. E al giorno d’oggi è difficile entrare nella visibilità di realtà grosse, perché loro guardano i numeri e i nostri numeri rimangono comunque piccoli. Però questo potrebbe essere uno sbocco dell’azienda per creare valore del brand”.