Startup del turismo
Gli errori da evitare

di Alessia Noto
08/02/2017
08:30
 
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C’è un gap che divide le startup che operano nel turismo in Italia e all’estero. Un gap che, secondo una recente ricerca apparsa su Sole 24 Ore, posiziona le aziende innovative del Belpaese al quarantesimo posto per finanziamenti raccolti nel 2016, che ammonterebbero solo a 18,7 milioni di euro.

Un divario che non riguarda solo il modello di business, b2c o b2b, secondo quanto spiega a TTG Italia il presidente di Startup Turismo, Pietro Ferraris, ma che muove su due livelli più profondi: “quello culturale” e quello “dei capitali”. Da una parte, chiarisce Ferraris, “il livello medio delle startup italiane è basso. Ovvero, si diventa spesso startup come ripiego, senza la formazione adeguata perché ad esempio l’agenzia di viaggi non andava. E spesso non si conoscono il mercato e il mondo digital”. Dall’altro “c’è il problema dei capitali disponibili”.

La strada da percorrere
Ma c’è una strada per superare le frizioni di un mercato innovativo, quello italiano, che corre parecchio a rilento rispetto agli scenari europei e d’oltreoceano. Innanzitutto intraprendere un percorso formativo adeguato, in questo realtà come Startup Turismo mettono a servizio l’esperienza di imprese di successo. Poi  “bisogna lavorare in modo strutturato prima di partire - spiega Ferraris -, capire qual è il servizio da offrire e se c’è mercato. Comprendere qual è il mercato potenziale e quanto grande è la nicchia”.  Il primo anno deve essere “dedicato allo sviluppo del prodotto, che entro un anno e mezzo dovrebbe raggiungere il suo pieno potenziale e il break even”.

Trovare gli investimenti
Corre poi in parallelo il discorso della ricerca degli investimenti, la linfa vitale delle startup, che si possono reperire da amici, parenti, investitori, come da istituzioni, racconta Ferraris. “Per molti dei nostri associati il primo feed di circa 50mila euro arriva da ‘friends and family’ - spiega -, ci sono poi gli ‘angels’, investitori privati che hanno capitale da parte e che decidono di investire quote sotto i 150mila euro”. A questi deve ovviamente seguire un altro round di investimenti (round follow-up), ma è comunque una buona base di partenza.

Le opportunità
Qui, entrano in gioco altre opportunità, come piattaforme e bandi. “Attualmente ci sono bandi a fondo perduto nel Sud Italia, in Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna; e sta funzionando anche il fondo messo in campo da Invitalia lo scorso anno”.

Piccoli passi e focus su prodotto
Dopo di che, è necessario pesare ogni passo, procedere per gradi perché tanto “più passa il tempo e meno spazio c’è per essere disruptive”.

Le strade evolutive possono essere due nel panorama italiano, dove molte startup stanno mutando da un modello b2c a b2b: “o si viene acquistati o si debutta in Borsa, ma bisogna essere abbastanza solidi per farlo”. Lavorare sul prodotto è la chiave, a passi piccoli ma in tempi rapidi: “dopo 3 anni - chiude Ferraris - non si è più startup, se il fatturato è minore ai 10mila euro all’anno è finita”.


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