Appartamenti non in regola, hotel milanesi all'attacco di Airbnb

12/06/2017
13:28
 

Lo scorso aprile aveva lanciato il sito hotelvsairbnb.it per sottolineare le differenze fra l’ospitalità alberghiera e quella di Airbnb e ora ATR Milano, l’associazione degli albergatori che aderisce a Confesercenti, torna ad attaccare la piattaforma di home sharing con una stima del danno all’erario che deriva dal mancato versamento delle tasse da parte degli appartamenti non in regola.

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Secondo l’associazione, si legge su Eventreport.it, nel 2017 lo Stato potrebbe incassare 2.778.300 euro se venisse applicata la cedolare secca utilizzando le piattaforme di home sharing come sostituti d’imposta e il Comune incasserebbe 1.516.000 euro se gli appartamenti versassero la tassa di soggiorno. In totale, e per la sola Milano, sono quindi più di 4 milioni di euro aggiuntivi per l’erario che potrebbero derivare dalla regolarizzazione di Airbnb e simili.

ATR stima che gli appartamenti non in regola a Milano siano almeno 8.400: solo su Airbnb ne sono disponibili 9.600, a fronte di soltanto 1.200 segnalazioni di inizio dell’attività di affitto registrate dal Comune. La stessa Airbnb, inoltre, ha diffuso lo scorso anno dati che indicano come il ricavo medio dei propri host milanesi sia di 2.700 euro l’anno, per una media di 48,4 persone ospitate e un soggiorno medio di 3,2 notti. Da qui, la stima dell’ammanco è presto fatta.

“Governo e Parlamento hanno fatto benissimo ad approvare la legge che trasforma in sostituti d’imposta le piattaforme di affitto breve di appartamenti” dice il presidente di ATR Rocco Salamone. “Le nuove entrate del Comune di Milano andrebbero investite non solo nella promozione turistica, ma anche in opere strutturali che vadano a beneficio sia dei turisti che dei residenti, e quindi del brand Milano”.

“Sarebbe inoltre positivo” prosegue Salamone “se gli introiti dello Stato derivanti dalla cedolare secca venissero investiti in edilizia convenzionata e popolare per contrastare il calo degli appartamenti disponibili in affitto per lunghi periodi, conseguenza proprio della diffusione delle piattaforme home sharing”.

La legge è entrata in vigore il 1° giugno: “Se le piattaforme dovessero rifiutare di adeguarsi alla legge sarebbe evidente a tutti che sono contrarie all’evasione solo a parole” conclude Salamone. “In questo caso il Governo dovrebbe obbligare i gestori a identificare gli host e a comunicare i dati alle autorità”.


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