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Roberto Gentile, editore, blogger, consulente, head-hunter

Tui acquista Musement e dà tre lezioni di business

25/09/2018
14:31
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La notizia del giorno, nel fashion globale, è l’americana Michael Kors che compra l’italiana Versace. La notizia del mese, nel turismo domestico, è la tedesca Tui che compra l’italiana Musement. Fatte le debite proporzioni, le due operazioni di m&a (fusione e acquisizione) hanno diversi elementi in comune.

Musement, piattaforma di attrazioni e biglietti per eventi fondata da quattro soci nel 2013, rimarrà indipendente all’interno di Tui Destination Experiences, la business unit dedicata al segmento Tours & Activities. Tui metterà a disposizione di Musement 20 milioni di clienti in 49 Paesi nel mondo; Musement porterà in dote tecnologia, 40mila prodotti nel segmento city breaks e un team di 130 persone che nasce 'full digital'.

I tedeschi (al di la delle cifre, che non sono state rese pubbliche) hanno fatto un affare. Per tre ragioni.

Make or buy? Buy! Tui è un colosso e dispone già di una business unit dedicata alle esperienze. Ma nasce come tour operator tradizionale e, come tutti, ha faticato non poco a rivoluzionare il proprio modello di business, causa disintermediazione e multicanalità.

Musement nasce digitale, ha pochi anni di vita e ha sviluppato un know-how specifico e unico. “Potranno usarci per essere le loro 'special operations' in campo digitale - racconta il ceo & founder Alessandro Petazzi -. Anche per questo ci lasciano autonomi e ci danno risorse per crescere come Musement: hanno capito che non ha senso acquisire un’azienda per poi provare a cambiare la ‘formula magica’ che ha reso l’acquisizione interessante all'origine”.

Quotazione o vendita? Vendita! Quando Musement è stata fondata, i quattro soci sapevano già che qualche anno dopo avrebbero affrontato una exit: Ipo o vendita. “Siamo partiti per creare un’azienda che potesse crescere rapidamente, essere presente in tutto il mondo, puntare in tempi ragionevoli all’utile, convinti che questo ci avrebbe dato varie opzioni, dalla quotazione alla vendita a un partner strategico, come poi è stato - ricorda Petazzi -. Per noi il deal con Tui è sicuramente meglio rispetto a un Ipo: la quotazione immette risorse finanziarie, Tui oltre a quello ci mette milioni di clienti, un brand globale, operazioni on ground in 50 Paesi… Tutti asset che ci aiuteranno a crescere, molto più in fretta che non i soli denari”.

Investitore finanziario o industriale? Meglio industriale. Tui è un investitore industriale, ovvero opera nello stesso business di Musement. L’exit poteva avere luogo anche con un investitore finanziario, ovvero un Venture Capital o un fondo. Per citare un esempio noto, nel 2016 Valtur è stata acquisita da un investitore finanziario (la Investindustrial di Andrea Bonomi); nel 2018 il brand Valtur è stato aggiudicato a un investitore industriale (Nicolaus del fratelli Pagliara). “Abbiamo trattato sia con VC che con altri - rivela Petazzi - e ci siamo resi conto come molto diverso sia il peso dato agli asset industriali (tecnologici, di prodotto/offerta e di team) di un’azienda. Fondamentali per un player industriale, irrilevanti per un VC, a meno che non si siano già trasformati in ricavi e margini. Per questo a volte i VC valutano di più aziende che hanno più clienti (anche solo perché hanno speso molto di più in pubblicità) rispetto ad altre che hanno investito per costruire asset che hanno valore nel tempo. La differenza è invece molto chiara a un player industriale”.

Ecco perché Tui ha fatto un affare, e l’ha fatto con un’impresa italiana, guidata da italiani e con personale italiano. Onore al merito, di entrambi.

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