• 25/03/2026 07:51

Wizz Air: “Questionemotori risolta entro la fine del 2027”

“Il nostro piano è azzerare gli aeromobili fermi entro la fine del 2027”. Wizz Air intravede la luce in fondo al tunnel sulla questione dei motori e il chief commercial officer della low cost, Ian Malin, si dice ottimista sulla progressiva risoluzione delle criticità che hanno costretto parte della flotta a terra nell’ultimo biennio, con impatti rilevanti sulle performance finanziarie.

“Alla fine di dicembre - ha spiegato a TTG Italia - avevamo 33 aerei fermi, ora ne abbiamo 30. Quindi la situazione sta muovendo nella giusta direzione. Abbiamo iniziato con 55 aeromobili fermi, ora siamo scesi a 30 e il nostro piano - anche se ovviamente non dipende solo a noi, ma dobbiamo lavorare con Pratt&Whitney - è di arrivare a quota 0 aereo fermi entro la fine del 2027”.

Fino a oggi il vettore ha portato avanti i suoi piani facendo affidamento sui mezzi rimasti a disposizione e sui nuovi ingressi in flotta (proprio ieri il vettore ha annunciato il graduale ritiro degli A321ceo ndr). “La nostra crescita sta arrivando dai nuovi aerei e dagli aeromobili che stanno tornando operativi”, ha rimarcato il manager, annunciando che “tra l’estate e l’inverno stimiamo di crescere del 30%, che vuol dire una crescita importante”.

Il lungo raggio può attendere

Sul piano operativo, la strategia resta focalizzata sul rafforzamento dei mercati core, mentre il lungo raggio rimane, almeno per ora, in secondo piano. Dopo l’annuncio dei charter verso gli Stati Uniti, che aveva fatto ipotizzare un possibile ingresso strutturato nel long haul, il manager invita alla cautela: “Il mondo si sta spostando verso un’offerta più premium sul lungo raggio e noi non siamo premium - spiega -. Prenderci il rischio di competere con i grandi player in quel mercato è molto sfidante, quindi siamo aperti al charter e ci stiamo concentrando sulla Coppa del Mondo e in futuro sulle Olimpiadi, per le quali lanceremo nuovi collegamenti, ma non ci sono piani di attivare uno schedule vero e proprio. Questo non significa che non succederà mai, soprattutto se ci saranno gli aeroporti pronti a collaborare e la domanda, ma per il momento non è nei nostri piani”.

Il vettore non esclude di cambiare idea. “Non sto dicendo un no per sempre, ma certamente non a breve perché dobbiamo prima focalizzarci sul nostro core business - puntualizza Ian Malin -. Vogliamo rafforzare i nostri grandi mercati, il nostro prodotto e il nostro brand. Non ha senso volare sugli States se nessuno sa chi siamo. Il marchio deve essere riconosciuto come affidabile e trasmettere fiducia. Una volta che avremo raggiunto questo posizionamento potremo iniziare a pensare ad altre opportunità, ma abbiamo molto lavoro da fare”.

La sicurezza del charter

C’è poi un altro aspetto che sta incoraggiando la low cost a ponderare bene le strategie sul long haul. Ed è di stampo puramente finanziario: “Con i charter sappiamo esattamente quanto guadagniamo, perché incassiamo subito, mentre con la programmazione - che richiede la messa in vendita dei posti e un costante aggiornamento dinamico delle tariffe sulla base della domanda - si prendono più rischi e per il momento dobbiamo minimizzare il rischio, perché siamo passati attraverso la guerra in Ucraina, lo scontro tra Israele e Hamas, i problemi con i motori e ora dobbiamo fare i conti con un nuovo conflitto. È tempo per noi - ha concluso il manager - di focalizzarci sul core business e gli Usa non sono il nostro core”.

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