“Alzarsi presto la mattina e non pensare di andare a dormire troppo presto la sera”. Potrebbe essere questa la ricetta per permettere alle icone dell’ospitalità di rimanere sempre vive, attrattive, o, per usare un termine desueto, ‘sulla cresta dell’onda’. O, forse, l’impegno è solo l’inizio.
Paolo De Santis, patron del Grand Hotel Tremezzo, di Passalacqua, e di quell’idea nuova e preziosa che va sotto il nome di Casabianca, sorride gentile (siamo al telefono, ma lo sento che sorride, ndr) alla domanda.
“Non esiste, sa, una ricetta magica. L’asticella si alza sempre, ogni giorno. Serve davvero l’impegno, ma non è tutto. Servono bravi collaboratori, che abbiano buone idee”. Che non è il solito tema del personale, del personale formato bene, della mancanza di personale.
È un tema di anima. “È più facile fare un bell’albergo che dargli un’anima. Di denaro per fare belle cose ce n’è; la differenza la fanno davvero i collaboratori. Se sei una grande compagnia, hai il vantaggio di avere degli standard elevati; se invece sei un’impresa familiare, la differenza la fa mettere il cuore nella struttura, stare vicino a quello che si fa”.
De Santis è un appassionato. Di arte, sicuramente. Ma soprattutto del suo lavoro. Lo dice con la giusta convinzione: “Girando il mondo, vediamo tante idee, tante cose belle fatte dai colleghi, ed è uno stimolo continuo per noi per pensare a novità, miglioramenti, per proporre a nostra volta qualcosa di stimolante ai nostri ospiti”.
Casabianca. Dell’arte e della bellezza (che ci salverà)
Il qualcosa di stimolante, oggi, si chiama Casabianca. “Guardi, è nato prima di tutto per portare la nostra collezione di arte contemporanea al pubblico e alla città. Poi al secondo piano della villa avevamo degli spazi che non potevamo utilizzare come proseguimento dell’esposizione, ed essendo albergatori ci è venuto spontaneo pensare a realizzare delle suite, con un tipo di ospitalità differente rispetto a quella dei nostri hotel”.
E lo racconta come se, davvero, il Dna li spingesse a pensare a soluzioni di ospitalità, sempre e comunque. Ed è per questo che Casabianca non è, tecnicamente, un museo. “È più un salotto – dice -, un luogo dove poter vedere le opere esposte, ma soprattutto dove poterle vivere”. E, infatti, più ancora delle suite (che arriveranno in estate) il cuore di Casabianca è la caffetteria realizzata in collaborazione con Cova. “Sta diventando un punto di riferimento anche per light lunch, per una frequentazione anche breve, ma dove si può fare una pausa immersi nell’arte e nella bellezza”. E viene spontaneo parlare del ruolo terapeutico dell’arte e della cultura, ultimamente certificato anche dall’accordo fra Ministero della Cultura e Ministero della Sanità. L’arte, quindi, crea benessere? Guarisce?
“Più che l’arte, io credo che a creare benessere sia la bellezza. Dopo il Covid ce ne siamo resi conto più velocemente, di quanto ci fosse mancata, la bellezza. Che non è solo arte: è paesaggio, è un mix di cultura e stile di vita. E mi fa piacere che ci sia ora una consapevolezza che cresce in questo senso”.
Il segreto del successo
Una consapevolezza che, per altro, non fa che incontrare i nuovi desideri, degli ospiti degli hotel, ma un po’ di tutti. Ma sono cambiati, questi desideri? “L’evoluzione c’è stata, sì, ed è continua. Oggi si gira il mondo con più facilità, e si moltiplicano le occasioni per fare esperienze. Per cui sì, c’è sempre una richiesta per trovare qualcosa di nuovo, di stimolante”.
E pazienza se queste ‘esperienze’ di vita locale sono, di fatto, assai edulcorate, se seguono una narrazione più che proporre una realtà.
“Quello che cerchiamo di fare è di essere il più possibile genuini e onesti”.
E, alla fine, se c’è un segreto per essere riconosciuti in un mondo del lusso sempre più inflazionato, forse è proprio questo.