Equilibrio e lucidità sono senza dubbio le parole a maggiore frequenza nel vocabolario di Pier Ezhaya durante quest’intervista con TTG Italia. Il presidente di Astoi si è ritrovato ad affrontare l’ennesima crisi come portavoce dei tour operator italiani e ritiene che l’atteggiamento prudente e razionale sia l’unico efficace da tenere.
Reduce da diverse interviste in cui ribadisce le garanzie del turismo organizzato, spiega pazientemente ai media generalisti la differenza “rimborso e indennizzo”, fa la sua parte per far ripartire una domanda che, conferma in questa conversazione, è in calo ma non bloccata. Affaticato, ammette, ma non stanco di questo ruolo.
Molti operatori hanno lanciato campagne di “rassicurazione” per spingere le prenotazioni, quali tendenze vedete dall’osservatorio di Astoi?
Negli ultimi due mesi la crisi ha cambiato forma diverse volte. Dopo lo shock iniziale sui consumatori, tipico degli eventi traumatici, è subentrata la paura per una possibile carenza di carburante. Il grave calo della domanda si è leggermente ripreso durante il mese di aprile, che comunque registrato un calo del 30/35% sulle partenze più lontane, quindi su luglio e agosto. Però, se guardiamo le prenotazioni nei 15-30 giorni antecedenti la data di partenza allora il calo si riduce al 6%. C’è molto “sotto data”, perché si pensa che sotto data sia minore il rischio di rimanere bloccati o incastrati in qualche disavventura legata al carburante.
Qual è la realtà sulla carenza di jet fuel?
Le comunicazioni sono state senza dubbio molto disordinate, anche sulla stampa, come spesso accade quando un tema genera dibattito e clic. Le date di ‘fine scorte’, finora, si sono sempre rivelate errate. Le informazioni disponibili confermano la presenza di riserve, ma la loro dislocazione non è uniforme tra aeroporti e operatori, e questo rende poco significativo indicare un orizzonte temporale preciso e valido per tutti i contesti. Per questo motivo riteniamo più corretto affermare che nell’immediato non si registrano criticità tali da compromettere l’operatività, pur in un quadro che richiede monitoraggio costante.
È evidente, però, che, qualora il conflitto dovesse protrarsi e lo Stretto di Hormuz rimanere chiuso per un periodo prolungato, lo scenario diventerebbe difficilmente prevedibile. Una crisi di questa durata produrrebbe effetti ben più ampi, che andrebbero oltre il solo comparto turistico.
La seconda preoccupazione è quella dei rincari, sia sui prezzi dei biglietti che sulle mete europee che, tendenzialmente, godranno di una maggiore richiesta. Come evitare rialzi eccessivi che causerebbero un effetto boomerang?
Sappiamo che i costi sono aumentati in modo più che proporzionale rispetto al prezzo del petrolio e quindi è un problema oggettivo. Questi costi, non solo per i vettori, ma penso anche all’energia per gli hotel, non possono essere trattenuti in filiera e andranno in parte a valle, fermo restando che, lo ribadisco, una prenotazione con un operatore del turismo organizzato blocca il prezzo in quel preciso momento.
Dall’altra parte, sulle mete, è un tema di mercato aperto, di rapporto tra domanda e offerta: quando si chiude un pezzo di mondo, il pezzo restante gode di una domanda maggiore che gli albergatori hanno il diritto di intercettare come meglio ritengono per il proprio business.
Nessuna attenzione, quindi, per ingiustificati prezzi troppo alti?
L’invito è certamente quello di non avere gli occhi più grandi della pancia, come si dice in gergo, di voler a tutti i costi “mangiare troppo” e poi non riuscire a digerire. Quindi ci vuole un po’ di equilibrio in questa giusta logica di domanda e offerta, per evitare di scoraggiare troppo la domanda. Se, per esempio, si arriva sotto data, non con l’occupazione che si pensava di avere, a quel punto bisognerà abbassare i prezzi e questo non farebbe sicuramente bene al mercato. A valle di tutto resta il fatto che questa crisi pesa sui portafogli di tutti i nuclei sociali, che si trovano ad avere minor capacità di spesa. Tuttavia, per nostra esperienza pregressa, abbiamo visto che questo comporta degli aggiustamenti ma non delle rinunce. Magari la vacanza è un po’ più corta, magari più vicina, magari meno lussuosa ma non si rinuncia alla vacanza. Certamente questi tre fattori messi assieme, aumento dei costi, domanda che si concentra più su alcune aree geografiche e minore possibilità di spesa sono tre effetti avversi a cui fare attenzione quando si pianifica.
Astoi ha incontrato il ministro Mazzi con altre associazioni, quali impressioni ha avuto da questo ministro che ha davanti al massimo un solo anno in carica?
Abbiamo conosciuto una persona che sicuramente ha preso questo incarico con motivazione e responsabilità, seppure con poco più di un anno di lavoro a disposizione. Ci ha ascoltati, ha preso appunti, ha ribadito la sua voglia di instaurare un filo di dialogo diretto. Ci siamo trovati allineati anche sul tema dell’allarmismo dei media. L’ho trovato un primo incontro positivo.
Vi siete trovati d’accordo anche sull’istituzione del Fondo europeo per il turismo per le situazioni di crisi.
È una battaglia che facciamo da tempo e il ministro si è preso l’impegno di portarla avanti, come già fece il ministro precedente. Crediamo sia un fondo necessario perché ormai l’emergenza è diventata ciclica e cicliche sono le crisi che il turismo si trova ad affrontare. Un tema che per noi va di pari passo con la revisione della direttiva che obbliga il turismo organizzato a garantire una serie di tutele. Pensiamo che quella direttiva, nata per tutelare il consumatore, fosse pensata per le crisi più operative, come un volo cancellato o un hotel non più disponibile. Tuttavia, crediamo che, anche nelle interpretazioni più restrittive, la direttiva non fosse pensata per far sì che gli operatori dovessero farsi carico di crisi mondiali e catastrofali di questa portata, ma solo di quelle che definirei interruzioni di servizio operative standard. Auspichiamo quindi che venga inserita una sorta di “esclusione” per eventi catastrofali, un po’ come avviene anche nel settore delle assicurazioni.
In questo momento di crisi, come è il rapporto tra tour operator e distribuzione?
Difficile dare una risposta se penso a quanto sia polverizzata la distribuzione, con tanti singoli imprenditori che si trovano a fronteggiare la crisi in tutta Italia. Credo, però, che quando succedono eventi di questo tipo si rafforzi la partnership, mentre in un mercato più sereno si valutano un po’ tutte le opportunità, con agenzie che tendono anche a diventare organizzatori di viaggio. Nei momenti più complicati come questi, ci si affida maggiormente ai tour operator. Il nostro compito è gestire questa paura, come dicevamo prima, del non poter fruire della vacanza, del non arrivare nemmeno a destinazione, ribadendo con forza la possibilità di rimborso se il viaggio non dovesse essere più fruibile. In questi tempi di prenotazioni più tormentate, diciamo così, penso che i tour operator stiano mettendo in campo tutte le azioni necessarie per rassicurare il cliente finale, aggiungendo talvolta ulteriori tutele. E le agenzie sono senz’altro compiaciute di questo, perché anche loro lavorano più serenamente.
All’interno di Astoi, percepisce una maggiore preoccupazione da parte dei T.O. più piccoli, magari con meno solidità anche finanziaria, in questo momento di incertezza?
La preoccupazione è condivisa da tutti. Più che la dimensione aziendale, la differenza la fa la specializzazione. Quegli operatori che lavorano molto o esclusivamente col Medio Oriente sono sicuramente più colpiti, ma anche chi fa il Sud-est asiatico e utilizza i vettori del Golfo si trova davanti una situazione più complicata. L’atteggiamento di facilitare le prenotazioni e rassicurare il mercato, però, l’ho visto applicare a tutti i livelli e la trovo una reazione positiva e che darà i suoi frutti.