Nel mio precedente contributo abbiamo analizzato un concetto che oggi dovrebbe essere centrale nella gestione di una agenzia viaggi o di un tour operator:...
La notizia del rinvio della quotazione in Borsa di Alpitour ha fatto molto rumore nel settore turistico italiano. Ufficialmente la motivazione è legata alle incertezze geopolitiche e al rallentamento del mercato del turismo internazionale. Giovanni Tamburi, azionista di riferimento tramite Tamburi Investment Partners, ha dichiarato che il gruppo preferisce attendere tempi più favorevoli prima di procedere con l’Ipo prevista inizialmente tra il 2026 e il 2027.
Negli ultimi mesi Alpitour aveva chiaramente avviato un percorso di “preparazione” alla quotazione: rafforzamento del management, revisione della governance, inserimento di figure manageriali esterne, riduzione del cosiddetto key man risk e progettazione di un flottante importante. Tutti segnali tipici di un’azienda che vuole convincere investitori istituzionali internazionali.
E i numeri, sulla carta, non mancavano affatto: oltre 2,3 miliardi di euro di ricavi del gruppo e circa 162 milioni di Ebitda, con una marginalità industriale del 7%, risultato assolutamente rilevante per il comparto turistico europeo.
Il problema però è che oggi la Borsa non premia semplicemente le aziende che guadagnano. Premia soprattutto quelle considerate prevedibili, scalabili e capaci di generare utili stabili nel tempo. Ed è qui che il turismo entra in difficoltà.
Il settore turistico, per sua natura, è esposto continuamente a variabili esterne: guerre, crisi geopolitiche, pandemie, inflazione, prezzo del petrolio, scioperi, eventi climatici, oscillazioni valutarie e instabilità internazionale. Anche quando i risultati sono eccellenti, il mercato finanziario continua a percepire il comparto come strutturalmente volatile.
In sostanza, per un investitore la domanda non è: “Quanto guadagna oggi un tour operator?”. La vera domanda è: “Quanto è probabile che guadagni allo stesso modo tra cinque o dieci anni?”
Nel turismo, l’instabilità geopolitica non è l’eccezione. È praticamente parte integrante del modello di business da decenni.
La verità è che i grandi investitori cercano modelli industriali estremamente standardizzati, automatizzabili, replicabili e con elevata marginalità. E il turismo italiano, salvo rare eccezioni, tra le quali sicuramente potrebbe rientrarvi Alpitour e pochi altri, ha ancora caratteristiche molto diverse.
Il nostro settore resta fortemente frammentato. Migliaia di piccole agenzie viaggi, micro tour operator e strutture familiari lavorano spesso con grande competenza commerciale, ma con livelli ancora limitati di managerializzazione, pianificazione finanziaria e controllo di gestione.
Molte imprese dipendono ancora quasi totalmente dall’imprenditore. La crescita è spesso poco strutturata, la capitalizzazione modesta e la capacità di aggregazione limitata.
La quotazione in Borsa non serve semplicemente “a fare cassa”. Serve soprattutto a:
· raccogliere capitali per crescere;
· finanziare acquisizioni;
· ridurre l’indebitamento;
· aumentare la credibilità internazionale;
· attrarre manager e investitori;
· creare strutture aziendali più solide e indipendenti dal fondatore.
Ma per arrivare in Borsa occorre accettare una trasformazione culturale profonda: trasparenza, processi rigorosi, governance evoluta, pianificazione finanziaria e capacità di produrre risultati prevedibili nel tempo.
Ed è probabilmente questa la riflessione più interessante per tutto il settore turistico italiano.
La vicenda Alpitour non racconta solo il rinvio di una Ipo. Racconta soprattutto quanto il turismo italiano sia ancora in una fase di transizione tra un modello imprenditoriale molto artigianale e una vera dimensione industriale.
E forse il punto non è chiedersi quando Alpitour si quoterà. La vera domanda è: quante imprese turistiche italiane oggi sarebbero davvero pronte per farlo?
Giulio Benedetti – Studio Benedetti Dottori Commercialisti – www.studiobenedetti.eu – www.travelfocus.it