A cura di Paola Tournour-Viron

Divulgatrice per professione e per passione

Una specie di fiaba. Che ci riguarda tutti

È una specie di fiaba d’altri tempi. Però vera. E che un po’ riguarda tutti noi, in vario modo impegnati nel mondo dell’ospitalità.
E la chiameremo Eugenia” è infatti la storia di un professionista che in anni lontanissimi e in luoghi per l’epoca altrettanto remoti, ha contribuito a diffondere lo stile italiano dell’accoglienza. Credo valga la pena di conoscerla, forse anche per chi a questo nostro settore si sta per varie ragioni disaffezionando.
Ne è protagonista Giuseppe Benvenuto, undicenne apprendista di arte bianca presso l’industria dolciaria “fornitrice della Real Casa”. In quei giorni il Regno d’Italia sta compiendo i primi passi, e il mondo di Giuseppe si limita all’orizzonte fra casa e lavoro quando l’azienda decide di tentare la fortuna in India, approfittando della spontanea candidatura del ragazzo, nel frattempo arrivato alle soglie della maggiore età e determinatissimo a non farsi incastrare da tre anni di leva.

Il libro, scritto in modo piano e schietto dal nipote Lanfranco Vado, insegnante di lettere e filosofia oggi in pensione, prosegue con l’imbarco di Giuseppe a Genova nel 1897; un viaggio in nave tutt’altro che confortevole con scali ad Alessandria d’Egitto e Aden, più tappa conclusiva a Bombay. Il tutto senza alcuna conoscenza della lingua inglese ad eccezione di qualche parola appresa dall’amico mozzo durante la navigazione, e nessuna idea di cosa lo avrebbe atteso una volta sbarcato, salvo il lavoro.
Purtroppo a Bombay la missione imprenditoriale non va come da programma ma Giuseppe decide comunque di restare nel subcontinente, “diventando – racconta il nipote - un imprenditore di successo in un Paese immenso, bello e complicato” nonché felice sposo di un’aristocratica himalayana e padre di molti figli. Grazie a lui alcune città indiane si dotarono di sale da tè con annessa pasticceria italiana, spazi per la ristorazione e per pernottare. Tra questi, l’Hotel Benvenuto, a Darjeeling, di cui fu ospite il XIII Dalai Lama, ancora oggi piacevolmente ricordato in famiglia. Il resto (tanto e interessante per chi si interessa di viaggi) va letto seguendo la trama tessuta dall’autore, con finale a sorpresa sempre rigorosamente autentico.

Storie di italianità che diventano specializzazione turistica
Con una storia di questo tipo per le mani, la mente è andata immediatamente a Letizia Sinisi, co-fondatrice e direttrice dellAcademy of Italian Heritage and Travel, che lavora per formare operatori specializzati in turismo identitario, legato alle radici italiane. “La parabola di Giuseppe Benvenuto – mi ha detto – racconta di un mestiere significativo per l’Italia, quello dell’arte bianca, portato in questo caso dall’altra parte del mondo e capace di farsi impresa, famiglia, radicamento in una terra lontana. Rientra a tutti gli effetti nell’orizzonte in cui si muove la nostra Academy, che racconta l’heritage italiano come patrimonio vivo, capace di attraversare i confini continuando a generare identità, relazioni e nuovi viaggi”.
La storia di Giuseppe è, insomma, l’ennesimo caso di operosità e virtuosismo italiano esportati nel mondo. Oggi la comunità degli italodiscendenti disseminati sul pianeta è stimata in 250 milioni di persone, alcune delle quali impiegate nel turismo e desiderose di mettere a valore questa loro peculiarità. “È una comunità internazionale – conclude Sinisi – eterogenea, composta da operatori turistici, professionisti dell’accoglienza, guide ed esperti di patrimonio culturale materiale e immateriale che attualmente seguono i corsi dell’Academy già in 11 paesi, 4 continenti e 5 differenti lingue”.
L’obiettivo è restituire dignità alle tante storie scritte nel tempo dai moltissimi Giuseppe partiti verso l’ignoto, trasformandole in memoria comune e valore condiviso.

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