Perché l’entusiasmo per il Ministero del Turismo è mal riposto, o almeno eccessivo

Questo NON è un post politico (la politica esula dagli interessi di questo blog), ma tecnico, ovvero argomenta perché il neo-rinato Ministero del Turismo, affidato al leghista Massimo Garavaglia, avrà vita difficile.

Il “nostro” Ministero ha una lunga storia: istituito dal Governo Segni nel 1959, soppresso nel 1993 a seguito di referendum popolare promosso dai radicali, per vent’anni le sue funzioni vengono affidate ai dipartimenti del turismo e dello spettacolo, nell’ambito della Presidenza del Consiglio. Funzioni conferite - dal 2013 - al Mibact Ministero per i beni, attività culturali e turismo, salvo la breve parentesi del Governo Conte 1, quando il turismo viene incorporato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, che diventa (luglio 2018 / settembre 2019) Mipaaft. Ecco l’elenco dei ministri, che dal 2006 a oggi, si sono assunti le deleghe per il turismo: Francesco Rutelli, Michela Vittoria Brambilla, Piero Gnudi, Massimo Bray, Dario Franceschini (più volte), Gian Marco Centinaio, Massimo Garavaglia.

Perché il Ministero del Turismo, sfilato al Mibac(t) e dotato finalmente di portafoglio, avrà un percorso in salita? Per tre semplici ragioni:

1) il titolo V della Costituzione: la riforma costituzionale del Titolo V (legge costituzionale n. 3/2001) ha reso il turismo una materia di competenza “esclusiva” per le Regioni ordinarie, alla stregua di quanto già previsto per le Regioni speciali (Val d’Aosta, Trentino Alto Adige ecc.); da allora il turismo rientra tra le materie “residuali” (sic - art.117, comma 4), in riferimento alle quali le Regioni non sono più soggette ai limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi statali. Tradotto, ogni Regione (quindi ogni presidente, ogni assessore) fa quello che gli pare, spesso in competizione con le altre Regioni, gli altri presidenti, gli altri assessori. Un esempio per tutti, lo racconta l’ex ministro leghista Centinaio a il Foglio il 16.2.2021: “Quando ero al ministero volevo mettere mano alla classificazione alberghiera, per rivedere le modalità con cui si concedono le stelle agli hotel. Ma le Regioni hanno bloccato tutto, perché ognuna potesse continuare a decidere le modalità che preferisce”.

2) il Ministero del Turismo è una scatola mezza vuota (cit. Domani del 19.2.21): “I dipendenti in realtà sono appena una trentina, per lo più a un passo dalla pensione, spesso demotivati dai continui sballottamenti degli ultimi anni, tra un ministero e l’altro; le risorse sono modeste, una settantina di milioni di euro l’anno, da spartire oltretutto con l’Enit, che spende senza brillare, mentre i quattrini per gli investimenti turistici e gli incentivi passano dal Ministero dello Sviluppo Economico”. Ne consegue che un sottosegretario al Mise abbia più potere, nel deviare il flusso del multimiliardario Recovery Fund, del Ministro del Turismo.

3) il turismo in Italia è incoming, non outgoing: Mario Draghi dixit (al Senato, 17.2.21) “(Dovrà cambiare) il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14% del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati a uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato”. Da sempre, per la politica e le istituzioni il turismo italiano è Venezia e Capri, la Cappella Sistina e il Duomo, Dante e Raffaello. Quelli che mandano turisti e soldi all’estero? It’s not our business.

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