Il commento del direttore
Remo Vangelista
E’ un periodo di grande fermento nel mercato del trasporto aereo statunitense. Come già successo in passato, a partire dalla crisi post 11 Settembre, a fronte di un settore in difficoltà, le compagnie provano a reagire stravolgendo regole ormai consolidate e guardando alle possibilità di unire le forze per creare soggetti ancora più forti puntando ai merger. Una tendenza che coinvolge sia le major sia le compagnie low cost, con queste ultime che hanno iniziato a rivedere il proprio modello di business a fronte di un deciso cambio della domanda. Tracciando una rotta che, come già successo nel passato, potrebbe coinvolgere anche altri mercati.
L’aspetto per certi versi più clamoroso è quello che coinvolge i vettori low cost, a partire dalla madre di questo modello di business, vale a dire Southwest: alla fine dello scorso anno avevano fatto scalpore le dichiarazioni del presidente e ceo Bob Jordan, che aveva annunciato come l’ultra low cost inventato dal colosso Usa non rispondeva più ormai alle richieste del mercato americano, dove la ricerca del prezzo più basso non era più la priorità del viaggiatore medio. Che anzi si stava interessando ai servizi aggiuntivi di livello premium, per volare con il massimo comfort. Un cambio di rotta che vedrà la luce a livello pratico nei prossimi mesi, ma che è stato accompagnato anche da un altro business: gli accordi con vettori a lungo raggio per offrire voli in connessione oltre gli hub di riferimento.
Le ultime novità
Il trend non è stato ignorato dalla concorrenza: a partire da JetBlue che negli ultimi due anni ha rivoluzionato l’offerta, lanciando prima i voli diretti sull’Europa (Italia compresa) e poi inserendo sui propri aeromobili la first class anche nei voli domestici, come già fatto in precedenza da Delta e United. A ruota è poi arrivata Alaska Airlines che ha scelto Roma come prima destinazione oltre Oceano da Seattle.
Diverso invece il discorso legato ai merger, che al momento non sembrano incontrare i favori dei diretti interessati e, probabilmente, dell’intero settore. Dopo l’11 settembre il ricorso al Chapter 11 da parte di molte compagnie aveva favorito un processo di aggregazione che aveva visto l’assorbimento di realtà come Continental in United e di Us Airways in American, portando così alla creazione di un polo di tre major, United, American e Delta.
United in prima fila
L’ultimo anno è stata poi United a cercare un nuovo scossone: il tentativo di fusione con American è ormai noto, con il rifiuto di AA avvenuto nel giro di poche settimane, ma è anche notizia delle ultime ore, lanciata dal Wall Street Journal, che il ceo Scott Kirby in precedenza aveva approcciato, inutilmente, anche Delta. Un chiaro tentativo da parte di United di diventare la numero uno a livello mondiale, tentativo al momento senza successo. Così come senza successo è stato il tentativo di unire due realtà low cost del calibro di Frontier e Spirit, che ha portato poi al fallimento della seconda.
Segnali, come detto, di un mercato in evoluzione, come su altri piani sta succedendo in Europa con le azioni dei tre gruppi maggiori (Lufthansa, Air France-Klm e Iag) alla ricerca di un ampliamento del proprio raggio d’azione con altri vettori del Vecchio Continente. Uno scenario interessante che merita grande attenzione.