Oggi parliamo di brand (“marchio” fa OK boomer), ovvero di come due importanti tour operator italiani gestiscano il proprio (e anche quelli altrui). Partiamo...
Editorialista turistico, esperto di retail, community-manager, head-hunter
Le notizie vanno lette insieme: Giovanni Tamburi, azionista di riferimento di Alpitour col fondo TIP, rinvia la quotazione in Borsa del t.o. al 2027 o dopo. Il colosso USA degli affitti brevi Airbnb partecipa come capofila a un round di finanziamento da 58 milioni di dollari a favore di WeRoad, t.o. fondato da Paolo De Nadai nel 2017.
Entrando nel dettaglio, la dichiarazione di Tamburi a Radiocor/Il Sole 24 Ore: “Abbiamo rimandato i tempi dell'Ipo, o di altre cose, perché con questa situazione il mercato del turismo sta un po' soffrendo: niente di serio, ma dobbiamo prenderci del tempo” conferma che l’unica exit prevista per l’investimento risalente al 2017 è la quotazione sulla Borsa di Milano. L’alternativa - ovvero la cessione a terzi, di estrazione finanziaria o industriale - era stata tentata nel 2023, con l’ausilio di Goldman Sachs, ma abbandonata l’anno dopo, perché Tamburi non aveva ricevuto offerte coerenti con le sue aspettative (si parlava di € 1,3-1,4 miliardi).
La milanese WeRoad è ormai una ex start up, visto che ha quasi 10 anni di vita, nel 2025 ha generato ricavi per 130 milioni di euro (+30% rispetto ai 100 milioni del 2024) e dalla fondazione ha fatto viaggiare 300mila persone. Il modello di business è chiaro (e originale): far viaggiare Millennials e Gen Z non per destinazione (che non è la priorità), ma per appartenenza, perché WeRoad organizza viaggi per piccoli gruppi di persone affini per età e interessi, quindi per community. La destinazione di maggior successo, l’Islanda, è quanto di più lontano esista da mete mass-market come Sharm El Shiekh o le capitali europee.
Tre riflessioni, ovviamente personali e quindi opinabili:
1. Conta il modello, non i ricavi o gli utili - Nel 2025 Alpitour “ha fatturato 2,3 miliardi di euro di ricavi e prodotto 162 milioni di Ebitda, con una marginalità industriale del 7%, risultato assolutamente rilevante per il comparto turistico europeo” testimonia l’acuto commercialista Giulio Benedetti. Non si sa se e quanti utili generino i 130 milioni di WeRoad, ma tutti noi addetti ai lavori sappiamo che la sua crescita ha comportato costi enormi e quindi - finora - non ha certo premiato gli azionisti (tra i quali H14 SpA, holding di investimento dei fratelli minori Berlusconi). Però Airbnb ha l’occhio lungo, ha apprezzato il modello “comunitario” di WeRoad e ora intende replicarlo negli USA.
2. Il tour operating tradizionale va rifondato, oppure... - Vale anche all’estero, dove il tedesco Gruppo TUI - di gran lunga il maggior t.o. europeo, tra i leader mondiali - è reduce da anni difficili e l’andamento del titolo sulla Borsa di Francoforte (in calo, dal 2022 a oggi) lo testimonia. L’integrazione verticale - ovvero la somma di industria e distribuzione, in auge per molti anni, dal secolo scorso agli anni ’10 - è caduta sotto i colpi della disintermediazione, sia delle piattaforme - Expedia, Booking, Airbnb - che delle singole agenzie di viaggi, che da noi campano ormai di 74-ter. Tour operating italiano da ripensare, quindi: vale sia per i grandi che per i medio-piccoli, come i saggi fondatori - spesso ospiti di questa testata - sanno bene.
3. Si può integrare una startup in un t.o. tradizionale? No - Affermazione un po’ tranchant, ma provata dai fatti, perché alcuni t.o. italiani han pensato di prendere una startup turistica (magari più economica di WeRoad...), portarla in casa e provare a fondere i due modelli: col tradizionale coprire Generazione X, Boomers e non-digitali; con l’innovativo acchiappare Millennials, Gen Z e digitali trasversali. Ma se il capo ha 50 anni e più, e soprattutto non è nativo digitale, come può interagire con gente che non sa com’era il mondo, prima di Instagram, TikTok e Twitch (FB è roba da vecchi)?! Ognuno per la sua strada, quindi. Tra 10 anni vedremo chi ci sarà ancora.