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Roberto Gentile,
blogger, editore, esperto di retail turistico, community-manager, head-hunter

Perché - se sei un manager - lavorare nel turismo dopo i 50 anni è (molto) difficile

26/01/2016
14:29
 

Ho superato il mezzo secolo, mi occupo anche di head-hunting e ho già scritto che se mi fossi candidato per uno qualunque dei profili che ho cercato per Amadeus o Ntv, Accor o Explora sarei stato escluso a priori. Perché? Beh, dopo 29 anni di carriera nel settore, qualcosa mi pare di saperla... No, semplicemente perché non ho più l’età.

L’Italia invecchia, si sa. L’Istat ha appena certificato che gli occupati nella fascia d’età dai 50 anni in su sono 7,5 milioni. Dieci anni fa, nel 2005, gli ultracinquantenni al lavoro erano 5 milioni: più 50 per cento, e nel mezzo c’è stata la Grande Crisi. I giovani non trovano lavoro e ai loro genitori tocca diventare nonni per maturare il diritto alla pensione. Ecco perché siamo in tanti.

Whatsup non tratta temi così complessi, quindi mi limito a spiegare perché se gli over 50 aumentano aumentano anche i manager turistici di quell’età che cercano lavoro. E spesso non lo trovano.

Primo, perché le aziende italiane sono quasi sempre imprese familiari e a capo c’è l’imprenditore. Se è illuminato e se ritiene che i figli non siano all’altezza (o non ci siano proprio), fa un passo indietro e assume un manager di vaglia, che mandi avanti l’attività. Ma di imprenditori illuminati non ce ne sono tanti, quindi i posti per i manager scarseggiano. E la competizione è feroce.

Secondo, perché i miei coetanei vengono da anni buoni, quando il business turistico faceva utili (modesti, ma c’erano) e soprattutto cresceva. Tanti sono diventati dirigenti a quarant’anni, con corredo di busta paga pesante, auto aziendale e 35 giorni di ferie all’anno. Oggi quelle condizioni non sono più applicabili, e allora al dirigente esperto, ma costoso, si preferisce il 35enne senza grande esperienza, ma pronto a entrare nell’agone turistica col coltello tra i denti.

Terzo, sono cambiati i criteri coi quali le aziende (e quindi noi head-hunter) valutiamo i candidati. Certo le competenze manageriali sono fondamentali, ma internet ha cambiato il mondo e, solo negli ultimi 5 anni, i social network hanno rivoluzionato il modo di porsi sul mercato. Va bene, sai leggere un bilancio al contrario e sai come organizzare una team di venditori d’assalto, ma il tuo profilo su LinkedIn è aggiornato a tre anni fa? Male! Hai fatturato il doppio del 2014, ma su Facebook hai postato un commento offensivo su Renzi (o su Berlusconi, o su Grillo, è lo stesso)? Male! Sei disposto a guadagnare la metà di quanto prendevi prima, ma su Instagram hai messo una foto col bimbo appena nato, insieme a tua moglie e ad altri due figli, dal che si deduce che la domenica vai al parco con la famiglia, anziché lavorare? Male!

Se poi su Twitter scopro che l’ultimo film che hai visto, e ti è pure piaciuto, è quello di Checco Zalone, e non l’ultimo Tornatore, allora sei nei guai seri. Ma questo è un mio problema.


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